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11.06.2012 - Stress Cronico: il nemico silente

La natura ha fornito ai nostri antenati preistorici uno strumento che li aiutasse ad affrontare e sopravvivere alle minacce della vita quotidiana, un sistema di rapida attivazione che catalizza fortemente l'attenzione sull'evento, accelera il battito cardiaco, dilata i vasi sanguigni e prepara i muscoli all'attacco o alla fuga (fight or flight).

Oggi, l'uomo moderno non deve più difendersi dagli animali feroci o dai violenti fenomeni atmosferici della preistoria ma da stimoli (stressor) di natura ben diversa, che distinguiamo accademicamente tra cognitivi e non cognitivi.

Gli stimoli cognitivi sono quelli che entrano nel nostro organismo, procedendo attraverso gli organi di senso (immagini, suoni, sapori, odori, tatto) e passano attraverso il cervello attivando il meccanismi della sensazione e della percezione (emozioni).

Gli stimoli non cognitivi, invece, penetrano nel sistema dall'esterno entrando dalla periferia (sistema immunitario) e non vengono percepiti dagli organi di senso. Si tratta di sostanze estranee (metalli pesanti, interferenti endocrini, sostanze tossiche varie, onde elettromagnetiche, batteri, virus, ecc.) rispetto alle quali l'organismo si deve porre in posizione di difesa.

La risposta fisio-biologica finale dell'organismo a questi stimoli, qualunque sia la loro origine, è sempre la stessa, ed è nota con l'inflazionato termine di stress. Molto è stato detto e scritto, infatti, sullo stress da quando il medico austriaco Hans Selye ne parlò per la prima volta nel 1936 affermando che: "lo stress è la risposta strategica dell'organismo nell'adattarsi a qualunque esigenza, sia fisiologica che psicologica, a cui venga sottoposto. In altre parole, è la risposta aspecifica dell'organismo a ogni richiesta effettuata su di esso."

Stressor cognitivi (psichico-emozionali) e stressor non cognitivi (agenti patogeni) portano quindi, pur percorrendo vie diverse, alla medesima risposta da parte dell'organismo, ovvero all'attivazione dell'asse dello stress o asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA).

In particolare, gli stimoli cognitivi sollecitano la produzione di CRH dall'ipotalamo, innescando il meccanismo di rilascio di ACTH da parte dell'ipofisi ed infine di ormoni surrenalici, mentre gli stimoli non cognitivi sollecitano la produzione di CRH dai linfociti, innescando il meccanismo di rilascio ACTH da parte dell'ipofisi tramite un "meccanismo a cascata" che sollecita anch'esso, come bersaglio ultimo, le ghiandole surrenali.

L'assoluta simmetria nell'elaborazione del feedback finale dovrebbe, a mio parere, indurre ad attribuire alla risposta stressogena agli stimoli non cognitivi altrettanta importanza, rispetto a quella data da stimoli psico-cognitivi, da parte dei colleghi esperti di PNEI che, invece, sono molto più orientati ad analizzare il coinvolgimento della psiche nell'alterazione dell'asse dello stress.

Per loro natura gli stressor non cognitivi sono quasi sempre inintercettabili al momento del loro ingresso nell'organismo, e questo li rende potenzialmente molto più pericolosi di quelli cognitivi.

La mancata identificazione e rimozione di questo tipo di stimoli porta alla cronicizzazione della risposta fisiologica allo stress da parte dell'organismo, alla quale si vanno a sommare anche le sollecitazioni cognitive che la vita quotidiana presenta.

Negli ultimi due secoli, il "progresso" ha influito pesantemente sull'ambiente, sullo stile di vita e sulle abitudini sociali, procurando conseguenze anche drammatiche per la stessa sopravvivenza dell'uomo. Metalli pesanti, interferenti endocrini (endocrine disruptors), sostanze chimiche tossiche (pesticidi, farmaci, diossine, polveri sottili, ecc.), campi elettromagnetici, ecc., rappresentano i principali stimoli stressogeni invisibili, di origine sintetica, da cui veniamo letteralmente bombardati ogni giorno.

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Oltre a questi stressor non cognitivi "artificiali", ci sono anche gli stressor non cognitivi di origine biologica quali: micobatteri, batteri, virus, parassiti, ecc.

Esaminiamoli brevemente per capirne di più:

Tra le intossicazioni croniche, quella da metalli pesanti certamente è una delle più insidiose e spesso poco considerate in ambito clinico. Particolare attenzione va riservata a quella da mercurio (Hg), le cui fonti di provenienza sono alimentari, farmacologiche, cosmetiche e, soprattutto, le otturazioni dentali in amalgama.

L'equipe guidata dalla ricercatrice svedese Vera Stejskal dell'Università di Linköping, operativa presso l'Ospedale Danderyd e l'Istituto Karolinska di Stoccolma, ha pubblicato numerosi studi [1] sulle alterazioni del normale funzionamento dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene indotte dai metalli pesanti, nonché sul coinvolgimento dei tre assi principali del nostro corpo: immunologico, endocrino e nervoso a seguito di insulto chimico-fisico da metalli.

Gli studi appena citati sono tra i pochi che inquadrano gli effetti dell'intossicazione da metalli pesanti dal punto di vista PNEI, ovvero contemplando ciò che avviene contemporaneamente in tutti e tre sistemi. Analizzarne soltanto uno (molto spesso quello neurologico) non è affatto sufficiente a comprendere l'intricato network di reazioni che si auto-alimentano, rendendo il quadro clinico spesso incomprensibile, come nel caso di malattie quali la sindrome da stanchezza cronica, la sensibilità chimica multipla, l'autismo, la sclerosi multipla, l'alzheimer e tante altre.

Un interferente endocrino è una sostanza o una miscela esogena, caratterizzata dalla capacità potenziale di interferire, attraverso svariati meccanismi, con il funzionamento del sistema endocrino, in particolare sull’omeostasi degli ormoni sessuali e della tiroide [2].

Alcune di queste sostanze sono del tutto naturali, presenti in genere nelle piante, e sono chiamate fitoestrogeni: ne fanno parte molti flavonoidi e isoflavoni, presenti ad esempio nei frutti rossi e nella soia. Altre invece sono sintetizzate dall’uomo e dette xenoestrogeni, come alcuni pesticidi, erbicidi e fungicidi, e composti di uso industriale come i policlorobifenili (PCB), il Bisfenolo A (presente in numerosi oggetti in plastica di uso comune) e gli ftalati (additivi della plastica e nel PVC usati per aumentarne la flessibilità).

L'esposizione cronica agli interferenti endocrini causa alterazioni del sistema endocrino, specie della funzione riproduttiva, del sistema immunitario e del sistema nervoso, in particolare quando quest'ultimo è in fase di sviluppo.

Anche le sostanze chimiche tossiche derivanti da pesticidi (organofosfati, organoclorurati, oli minerali, ecc.), da farmaci (adiuvanti e conservanti tossici), le diossine, le polveri sottili (sospese nell'aria) sono agenti altamente immunotossici e neurotossici, ed al contempo danneggiano il sistema endocrino.

Una trattazione a parte meriterebbe la risposta fisio-biologica dell'organismo ai campi elettromagnetici, poiché i meccanismi di intercettazione del Network PNEI, in questo caso, sono di natura fisica e non chimica. Mi limiterò a farne qui un breve accenno, riservando eventuali approfondimenti per il futuro.

Un campo elettromagnetico che incontra l'organismo umano è in grado di turbare la normale attività biologica, poiché va ad alterare il lavoro biochimico cellulare, informato dal debole campo elettromagnetico tissutale. Questo avviene tutte le volte che un campo elettromagnetico stressa, con la sua intensità e frequenza, e per un tempo prolungato, il campo elettromagnetico tissutale dell'organismo esposto.

Cefalee, stati di irritabilità, disturbi del comportamento (aggressività), disturbi del sonno, astenia, disturbi della sfera sessuale, alterazione del ciclo mestruale, alterazioni della spermatogenesi, squilibri pressori [3], dermatiti, lesioni oculari, aumentata incidenza di leucemia, immunodepressione, herpes, mononucleosi infettiva, anomalie cromosomiche, aborti, malformazioni fetali [4], sono solo una parte del lungo elenco di patologie connesse al cosiddetto "avvelenamento da elettrosmog".

Anche le infezioni da Herpes Virus, parassiti intestinali, infezioni batteriche croniche, micosi, sono stimoli stressogeni che, permanendo a tempo indefinito all'interno dell'organismo, possono concorrere, insieme a tutti quelli anteriormente citati, alla comparsa di una situazione di scompenso NEI che si traduce in desincronizzazione dei ritmi biologici e dell'integrazione neuroendocrina. In pratica dopo la fase di allarme-reazione e quella di resistenza, si assiste alla comparsa dello stadio di esaurimento, secondo la classica distinzione dei 3 stadi della sindrome da stress di Selye.

L'enorme quantità di possibili stressor non cognitivi che sollecitano quotidianamente i nostri sistemi principali sono quindi gli attivatori di primo livello dell'asse ipotalamico-ipofisario, ancor prima di nascere.

Condizioni prenatali non ottimali nella madre (amalgame dentarie, infezioni virali e/o batteriche, minacce di parto pre-termine, stress psichici) si associano a diversa attività dell’asse dello stress nel neonato, con differenze dipendenti dal sesso del neonato e dal momento della gravidanza in cui si è realizzato l’evento [5].

Esiste una programmazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nel periodo fetale. Lo stress prenatale può modificare tale programmazione e rendere l’asse HPA più suscettibile allo stress in età postnatale. Lo stress prenatale induce effetti peculiari in precisi periodi dell’epoca prenatale, e può indurre modificazioni permanenti dello sviluppo cerebrale e di altri organi nonché del comportamento [6].

Concludendo, dunque, il sistema di allarme e difesa di cui la natura ha dotato l'uomo per aiutarlo ad affrontare e sopravvivere alle insidie quotidiane, rischia di diventare una potenziale minaccia per la nostra salute, poiché l'eccesso di stressor da cui siamo bombardati quotidianamente ne alterano la normale funzione, esponendoci ad una lunga e pericolosa serie di malattie derivanti dall'iperattivazione dell'asse dello stress. La correlazione tra iperattivazione cronica dell'asse HPA e malattie neurologico-cognitive, immunologiche ed endocrine diventa, infatti, ogni giorno più certa.

Dott. Vincenzo Matera

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[1] Stejskal J., Stejskal V., The role of metals in autoimmunity. Neuroendocrinology Letters 1999; 20:351-364.

Stejskal V., et al., Metal-specific lymphocytes: biomarkers of sensitivity in man. Neuroendocrinology Letters, 1999; 20:289-298.

Stejskal V., Hudecek R., Stejskal J., Sterzl I., Diagnosis and treatment of metal-induced side-effects. Neuro Endocrinol Lett 2006; 27(Suppl 1):7-16.

[2] European Workshop on the Impact of Endocrine Disrupters on Human Health and Wildlife – Weybridge, London, 1996.

[3] Coleman M., Beral V., A review of epidemiological studies of the health effects of living near or working with electricity generation and transmission equipment. Int J Epidemiol 1988 Mar; 17(1):1-13.

[4] Corgna M., Matarese S., Stress e disregolazione immunitaria nel "grund system" delle ghiandole endocrine: dalla sterilità alle malattie autoimmuni. La medicina biologica – Luglio/Settembre 1996; pagg. 65-75.

[5] Phillips D., Jones A., Fetal programming of autonomic and HPA function: do people who were small babies have enhanced stress responses?

J Physiol 2006; 572:45-50.

[6] Kapoor A. et al., Fetal programming of hypothalamo-pituitary-adrenal function: prenatal stress and glucocorticoids, J Physiol 2006; 572:31-44.